I miei più assidui lettori sapranno che sono un arbitro di pallacanestro e da ragazzo sono stato un giovane giocatore di pallacanestro.
Ho seguito l'iter del giocatore fino all'under 21, cambiando varie società e voglio essere onesto nel dire che non ero proprio un talento della palla a spicchi. La struttura fisica non mi ha aiutato, anche se in giovane età e soprattutto grazie ad uno sviluppo anticipato sono riuscito a contrastare fisicamente gli altri ragazzi, i quali poi mi hanno raggiunto e mi hanno in molti casi superato. Diciamo che quindi mi sono ritrovato in breve tempo da essere il giocatore più alto in campo ad essere un giocatore basso in panchina.
Il "breve tempo" è misurabile in 1-2 stagioni sportive.
D'altronde la statura in uno sport come la pallacanestro la fa da padrona e gambe lunghe e braccia lunghe possono fare molto spesso ciò che il talento, seppur poco, da solo non riesce a fare.
Ho scelto così di intraprendere la carriera di arbitro ed oggi faccio parte del gruppo che dirige le partite di serie B maschile e serie A2 femminile. Campionati di tutto rispetto. Sono riuscito quindi ad arrivare ad un livello che da giocatore non sarei mai riuscito a raggiungere...anche con qualche centimetro in più.
Oggi però non voglio raccontarvi la storia di come sono diventato arbitro o aneddoti affini.
Voglio raccontarvi invece la mia esperienza di alcuni giorni fa al campino.
Con campino i cestisti della palla a spicchi intendono quei campi all'aperto con fondo in asfalto e molto spesso canestri in ferro senza retina. Un mondo completamente diverso da quello delle palestre dove parquet e protezioni rendono il basket uno sport da "gentiluomini". Al campino esiste la legge del più forte. Del più duro. Chi combatte più duramente e dimostra di essere il più tosto si porta a casa la vittoria.
Alcuni giorni fa, durante il periodo di off-season ho deciso di andare a fare due tiri al campino e magari sfidare qualche altro ragazzo in 1vs1. Un qualcosa di rilassato (povero illuso). Di tranquillo.
Per precauzione ho infatti scelto di portarmi il paradenti, visto che non si può mai sapere come va a finire.
Il campino in luglio rappresenta il punto di ritrovo per tutti i giocatori professionisti, semiprofessionisti e dilettanti della città. Nel tardo pomeriggio si ritrovano tutti, con la voglia di sfidarsi a suon di canestri e "bòtte".
Avete letto bene: al campino non si vince solo grazie ai canestri, ma molto spesso anche grazie alla durezza dei contatti, che tendono ad intimorire l'avversario. Una questione di battaglia del più forte.
Non sono una persona a cui piace questo tipo di ambiente, dato che solitamente ho proprio il ruolo di far rispettare quelle regole che molto spesso al campino sono solo un'opinione.
Arrivai così al campino e trovai già sul posto alcuni ragazzi: alcuni erano fuori ad aspettare il cambio. Chiedo loro se mi potessi unire alle rotazioni per entrare anche io in partita.
Passarono alcuni minuti, mentre io stavo effettuando un po' di stretching di riscaldamento, in campo si accese una discussione.
Un ragazzo era finito a terra ed alcuni stavano discutendo.
In tempo poco incominciarono gli spintoni.
Da lontano capii che la questione riguardava la convalida di un canestro.
Era gente abbastanza grossa (alti e larghi!) che si spintonava e ed insultava. Tirava una brutta aria. Scelsi così di rimanermene in disparte e non vestire l'abito del paladino pacificatore.
Di lì a breve uno dei coinvolti nella discussione prese il pallone e lo calciò lontano. Seguii la traiettoria e come me fecero gli altri.
Il pallone era finito su un pino piuttosto alto, incastrandosi tra i rami.
La discussione proseguì ed a questo punto il tema focale non fu più il canestro valido o non valido, ma di chi fosse il pallone e chi lo dovesse andare a prendere / lo dovesse ricomprare.
Io, che ero ancora in disparte, mi guardai attorno e notai come quel pallone, ormai finito sull'albero fosse l'unico in circolazione.
Scelsi di lasciare la discussione, le urla e le spinte alle spalle e tornarmene a casa.
Come mi succede spesso in una gara di campionato me ne uscii, sapendo che il mio pomeriggio al campino fosse finito ancor prima che iniziasse.