Un po' blog, un po' mea culpa.
Francesco Remotti in un suo noto libro racconta come l’identità sia qualcosa intrinsecamente correlata con il tempo, una sostanza che in qualche modo si sottrae al mutamento. L’idea che ci facciamo di noi stessi, il costrutto del nostro ego nell’era dei Social si impone ancora più fortemente rispetto ad un passato dove il campo di gioco della nostra autoreferenziale psiche erano quasi esclusivamente le ideologie strutturate, religioni comprese. Oggi è tutto più semplice, chi siamo ce lo dice la cronologia dei like battuti sulla tastiera o le reti di relazioni gelosamente custodite nei server di qualche big dell’Internet.
Nulla di nuovo o di sconvolgente, ma ieri improvvisamente mi sono reso conto di un banale dato di fatto, una consapevolezza che è arrivata all’istante come un calcio nelle palle: esattamente un terzo della mia esistenza veniva schedato, conservato e tracciato da un unico soggetto privato ed ero stato io, ingenuamente, a concedere a facciadalibro tale privilegio. “e che nun ce lo sapevi che è così? Che poi se vendono li dati tua alle società private..so i biggedata!”, “ma guarda che è uno strumento e come tale è neutro dipende da come lo utilizzi”, “mica te c’hanno costretto, quante pippe te fai”, per arrivare ai soliti“è comodo ti tieni in contatto con gli amici lontani”.
Si, avete ragione tutti, non ho scuse,eppure io che mi sono sempre definito una persona sicura delle mie scelte, responsabilizzato e consapevole ho tentennato quando una pulce nel cervello ha sussurrato “cancella tutto!”.
Tante volte ho pensato che alla fine io ho il controllo dei Social, che io non sono l’avatar, che alla fine non è importante. Ma ieri sera la pulce mi ha mostrato le cose diversamente, mi sono rivisto la mattina appena sveglio controllare ancora con gli occhi impastati le notifiche sul cellulare o come sui mezzi pubblici il noto rituale contagiasse come lo sbadiglio gran parte del vagone, o ancora l’ancestrale bisogno di farsi i cazzi degli altri, che diventa come gli altri vogliono che tu veda i cazzi loro (il che è meno genuino e perverso).
L’ossessione identitaria, la vetrina dell’ego, la causa di tutte le sofferenze si era incarnata in una fottuta F blu. Il profilo della nostra personalità possiamo dirlo è a portata di un algoritmo. Non nascondo che come un bambino ho avuto una botta di orgoglio, “te lo faccio vedere io Zuckemberg dei miei stivali come muore un utente vero!”,“ora mi cancello!”. E poi il panico. Ma ti pare che cestino per sempre 10 anni di vita, di foto, ricordi, amicizie, messaggi, condivisioni? Lo so che sembra assurdo, un ragionamento paradossale in cui la virtualità condiziona le emozioni, eppure lo ammetto una parte di me faceva resistenza. “Se dai troppa importanza a questa cosa poi ti condiziona tanto, facciamo finta che sia una cazzata di poco conto, tipo un oggetto che non vuoi buttare perché tanto non occupa troppo spazio”. Invece di spazio sta merda di Social ne occupa eccome. Ha occupato il quotidiano portandomi a definire gusti e contenuti oltre al metodo con cui questi vengono espressi e condivisi con gli altri. “Tizio ti ha taggato in questa foto” grazie al cazzo c’ero anche io, che se volevo la foto ricordo magari gliela chiedevo. In tutto ciò facendo guadagnare qualcun altro. L’ennesimo indirizzo IP che in cambio di un servizio di dubbia utilità che arricchisce un giovane Yankee. Voglio dire, per qualcuno andrà anche bene, ma nella mia personale bilancia dei rischi/benefici gli equilibri si sono decisamente ribaltati.
Per farla breve la pulce è diventata un tarlo e mi ha convinto. "Cancella tutto!". Starai meglio, guadagnerai tempo e invece di condividere cazzate e opinioni che ormai siamo tutti laureati all’università di G, potrai cercare spazi e metodi diversi, magari non perfetti ma sicuramente più stimolanti.
E così ho fatto, il 24/03/2018 alle ore 20:30 ho cancellato tutto.