'Maestro di cosa?' mi chiesero i miei amici a cena, due anni fa, appena seppi della sua morte. Rispondere 'di Epigrafia Latina' mi dette in un soffio la portata di quello che perdevo. E scrivere Epigrafia Latina maiuscolo ancora oggi è un povero espediente, ma almeno per iscritto riesco a dargli una dimensione immediata. Invece in quel soffio che mi uscì a tavola, dopo la telefonata dell'amica che aveva avuto l'affetto di scegliere le parole per dirmelo, in quel soffio esaurii un mondo di parole, dieci anni di frequentazione accademica e umana, dieci anni di insegnamenti quotidiani, di stima, di affetto profondi.
Conobbi Silvio Panciera a poco più di diciotto anni, matricola a Lettere, indirizzo antichistico, Università di Roma, La Sapienza. Le sue lezioni si tenevano nell'aula XXII alle otto del mattino, orario proibitivo per chi veniva come me da Monteverde, cioè dalla parte opposta della città. Seppi dopo che anche lui abitava lì, ma io avevo deciso comunque, dopo le sue prime parole alla prima lezione, che quella era la materia che cercavo, lui il maestro che volevo. Aveva toccato corde che non sapevo di avere, ci diceva di parole scritte su pietre, su bronzi, su vetri, tracce di vita materiale grazie alle quali parlavano ancora uomini di un passato remotissimo. Non i testi paludati della Letteratura, della propaganda, ma le voci sommesse di un'umanità che tra i banchi del liceo avevo appena immaginato.
Maestro di cosa? Maestro di rigore e di umiltà nello studio: ripeteva spesso che fare ricerca significa dare il proprio contributo alla conoscenza mettendo chi viene dopo di noi in condizione di proseguire e fare meglio di noi. Lui per primo dava voce all'ultimo dei biennalisti che avesse un'osservazione o un'idea e la ascoltava con rispetto e interesse. Non una virgola degli studi di tutti i suoi allievi è stata mai pubblicata sotto nome diverso da quello del suo vero autore, fosse uno studente o un ricercatore di fama.
Maestro di dignità e di umanità. Per molti di noi lui fu un altro padre, con la sua pazienza e l'attenzione ad ognuno, pur nel suo riserbo di veneziano. L'affetto generale che lo circondò quando la vita lo mise alla prova nel modo più doloroso fu, come mi scrisse per ringraziarmi personalmente come aveva fatto con ciascuno di noi, l'unica cosa che gli dette la forza di resistere al dolore. Insieme ai suoi studi, alle sue epigrafi, alle parole che gli antichi avevano ancora da dirgli.
Io, come allora, annaspo con le mie, di parole, con la sensazione di girare intorno al cuore delle cose senza riuscire a dirlo. Dice Montale Non chiederci la parola, che pure è la cosa più preziosa, più affascinante che abbiamo, noi umani. E che ci lega, vivi e morti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, gli uni agli altri in una catena d'amore.
Ognuno di noi incontra sulla via persone importanti, che ci fanno doni unici e preziosissimi. A tutti i ragazzi ancora in età di studio auguro di incontrare sulla loro via maestri di questo valore.
E che la terra le sia lieve.