Con questo post partecipo al contest di .
Non avevo tempo per partecipare a questo contest. Inoltre l’argomento è vasto e multisfaccettato: come poterlo abbracciare in poche parole? O tentar di esporre anche solo ciò che io, singolarmente io, penso?
Poi, per lavoro, oggi ho dovuto approfondire alcuni elementi sulla questione migranti. Una scintilla. Che è divampata.
Fra le slide che ho tra le mani, questa mi ha colpito molto:
Quantificare aiuta sempre a chiarirsi le idee.
Uno stadio. Forse anche due, se consideriamo i clandestini non censiti. Ecco le dimensioni del problema.
Gente che parte perché per motivi economici, sociali, politici, o altro ha poche o nessuna speranza nel proprio Paese. Non parlerò di questo, altri lo hanno già fatto, e l’accorato commento di esprime di me molti pensieri e molti sentimenti.
Gente che arriva disperata e nuda, che si aggrappa al miraggio dell’Europa cercando un futuro migliore.
Sentimenti che tutti comprendiamo. Siamo un popolo di migranti; prima ancora eravamo un popolo di (ripetutamente) conquistati. Conosciamo bene il valore dell’accoglienza, tanto quanto quello del dolore, e la sofferenza legata alle radici.
Cosa è cambiato rispetto a prima? perché l’italiano percepisce oggi come un’invasione ciò che un tempo era invece un atto di compassione ed un obbligo morale?
Ho vaghi ricordi della guerra in Jugoslavia, negli anni ’90. Tanti si rifugiavano in Italia, li si aiutava come si poteva, pur essendo bambina mi veniva trasmesso un messaggio di accoglienza e mai ricordo che si diffusero sentimenti (troppo marcati) di razzismo. Ero piccola, sono passati quasi 30 anni: posso sbagliarmi.
Oggi però il razzismo è un’epidemia.
Quel che lo alimenta, non è solo l’ignoranza, o la paura del diverso, ma anche la povertà.
Negli anni, già molto prima della “crisi”, una lunga crisi che accenna appena a diminuire, il popolo italiano aveva iniziato ad impoverirsi, e le istituzioni ad intaccare diritti acquisiti. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, abbiamo accettato cose che mai si sarebbero potute tollerare 30 anni fa.
Somministrandoci il veleno a piccole dosi ogni giorno, invece, ci ritroviamo malati e deboli, e diamo ad elementi irrilevanti e transitori la colpa, cose che esistevano anche prima ma a cui davamo un diverso peso.
Che l’attenzione si sposti tutta su altre situazioni fa molto comodo a chi ci somministra altro veleno, che anzi fomenta la nostra rabbia, istigandoci ancor di più perché non si sospetti di Lui.
Ma la mia piccola fetta di verità, la sfaccettatura che voglio aggiungere alle riflessioni che altri, utenti o commentanti, hanno fatto in questi giorni sul tema, è che ”il problema” sta a monte, molto più su di delinquenza, integrazione, Europa e manovre strategiche nazionali ed internazionali.
Il problema è che l’Italiano sta male, è povero, oberato di tasse, tartassato di oneri, quasi privo di servizi. Abbiamo una sanità bucata, una scuola che fa quello che può, un sistema pensionistico al collasso. Non lavoriamo in ciò che amiamo o per cui abbiamo studiato, lavoriamo dove possiamo e non ci possiamo permettere di fare gli schizzinosi, nemmeno quando siamo sfacciatamente sfruttati. Lavoriamo per sopravvivere. Ci hanno portato via non solo i sogni, non solo la possibilità stessa di sognare, ma persino le aspirazioni di realizzazione personale. In pochi possono permettersi il lusso di avere una famiglia, una casa propria, dei figli. Nessuno mette da parte dei risparmi per le generazioni future e non tutti avremo i fondi necessari nemmeno a mandare all’università i nostri figli.
Ma quanti hanno preso coscienza di questo?
Nel profondo, percepiamo un vago malessere, un fastidio che ci pizzica il naso, distorcendolo in una smorfia senza sapere perché.
La ragione la troviamo però fuori di noi, nel diverso, in un capro espiatorio che oggi si chiama migrante, è nudo e disperato ed ha le dimensioni si e no del Colosseo.
Diamo addosso al nostro capro, arrabbiati per il nostro dolore e frustrati per la sensazione di impotenza. Come si può pretendere accoglienza da un moribondo, bisognoso quasi egli stesso di assistenza?
Ma nel frattempo continuiamo a prendere piccole dosi di veleno quotidiano, indebolendoci sempre di più. In molti, per cercare di scampare a questa sorte, sono diventati a loro volta emigrati, quegli emigrati che tanto esecriamo.
Che ironica circolarità fra vittime e carnefici.
La sofferenza non conosce etnia.