Quest’articolo per me riveste un’importanza particolare, lavorando nel settore infatti, troppo spesso mi capita di leggere o sentire di “falsi miti” riguardo alla psichiatria che contribuiscono a peggiorare i pregiudizi e lo stigma oltre che allontanare molte persone da una potenziale risorsa sanitaria.
Cominciamo quindi a “smontare” le quattro più comuni credenze in circolazione.
1)Dallo psichiatra finiscono solo “i matti”
“Da vicino nessuno è normale” compariva nel testo di una sconosciuta canzone e diveniva poi lo slogan della rivoluzione che, nel 1978, coinvolse il mondo della Psichiatria (vedi: Franco Basaglia). Questa frase racchiude in poche parole il concetto che tutti dovremmo sempre tenere a mente: non si nasce “matto” o normale”, si può avere una predisposizione genetica o meno, si può incorrere in eventi di vita stressanti che slatentizzeranno tale predisposizione oppure no.
Il punto è che, genetica a parte, nessuno di noi è immune da una patologia mentale. Non per forza bisogna rientrare nel campo della psicosi, ossia in una dimensione di perdita della realtà, per avere bisogno di consultare uno psichiatra: basti pensare a gravi condizioni di ansia, depressioni o disregolazione delle emozioni.
Quindi, se doveste trovarvi in un momento di grave difficoltà, dimenticate i pregiudizi e prendete in considerazione anche questa possibilità di aiuto.

CC BY-SA 2.0
Autore: Viktor
2)Gli psicofarmaci sconvolgono e cambiano la mente, oltre ad essere tossici per il cervello e dare dipendenza
Questa purtroppo è una credenza fin troppo diffusa, ma vi posso assicurare che agli albori del 3° millennio anche la psichiatria ha fatto notevoli passi avanti. A partire dagli anni ‘50, periodo in cui furono scoperti il primo farmaco antipsicotico e le prime sostanze antidepressive, la ricerca in questo campo ha permesso di sviluppare farmaci sempre più efficaci e con sempre meno effetti collaterali. Gli psicofarmaci attualmente disponibili agiscono andando ad aumentare o diminuire, in determinate aree cerebrali, dei neurotrasmettitori ossia “i messaggeri” del nostro cervello.
La nostra mente e la nostra personalità rimangono intatte anzi, recuperando un po' di benessere psichico, potranno essere espresse al meglio delle loro potenzialità. Per quanto riguarda la tossicità, in realtà la situazione è opposta a quella che la maggior parte delle persone immagina: non sono gli psicofarmaci a danneggiare il cervello, ma le malattie non curate che, a lungo andare, possono indurre dei cambiamenti permanenti nella struttura e nei network cerebrali.
Concludiamo questo secondo mito con la questione “dipendenza”: sono pochi gli psicofarmaci che possono effettivamente indurre dipendenza a lungo termine, ossia le benzodiazepine (più comunemente chiamate “sonniferi” o “ansiolitici”). Per questo motivo vanno prese sotto la guida di un professionista che, consapevole di questa possibilità, vi indicherà la corretta modalità di somministrazione per l’adeguato periodo. Altri farmaci, come antidepressivi o antipsicotici, non danno invece questo effetto collaterale.
Franco Basaglia
Immagine cc 3.0
Autore: Mlucan
3)Nei reparti di psichiatria usano le camicie di forza e l’elettroshock
L’utilizzo di tali mezzi risale ad un periodo buio della psichiatria ossia l’epoca dei manicomi. Dobbiamo infatti arrivare al 1978, anno di promulgazione della legge 180 o legge Basaglia, per assistere alla chiusura di queste strutture. Fino a tale data purtroppo non vi era una reale attenzione alla malattia mentale, gli ospedali psichiatrici non ospitavano solo i “matti” ma ogni genere di persona che veniva considerata “scomoda” per la società (chi era semplicemente considerato “strano” o addirittura gli oppositori politici); inoltre le risorse disponibili e conosciute erano scarse (basti pensare che i primi farmaci utilizzati per ridurre l’agitazione vennero scoperti solo nel 1950), questo esitava, purtroppo, nell’utilizzo di metodi brutali quali le camicie di forza e l’elettroshock.
A distanza di 40 anni la situazione è ben diversa, seppur necessiti sempre di continui miglioramenti: la psichiatria è entrata a far parte dei reparti ospedalieri (per cui non si rimane “a vita” in un reparto), le camicie di forza non vengono più usate e al contrario c’è una spinta allo sviluppo di metodiche e protocolli il più umani possibili. Per quanto riguarda l’elettroshock (o più correttamente TEC: terapia elettroconvulsivante), anch’esso ha fatto notevoli progressi: innanzitutto non viene più usato random per qualsiasi paziente ma solo in casi di malattia resistente a molteplici terapie farmacologiche; in secondo luogo, viene usata con adeguate precauzioni (es. anestesia generale) e a voltaggi ben precisi per un adeguato periodo di tempo. Rimane comunque ormai una pratica poco usata, solo previo consenso del paziente, e presente ormai solo in pochi centri altamente specializzati.
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Dispositivo degli anni '50 per praticare la terapia
elettroconvulsivante
immagine cc0 creative commons
4)I “matti” sono pericolosi
Numerosi studi scientifici a riguardo non hanno evidenziato una significativa correlazione tra violenza e malattia mentale, tale correlazione comparirebbe invece solo in caso di contemporaneo uso di sostanze; sono dunque queste ultime i principali fattori implicati nell’aumento dell’aggressività. Al contrario di quello che si può pensare, sono proprio i pazienti con gravi malattie mentali ad essere spesso vittime di violenza.
Spero di aver fatto chiarezza su alcuni punti fondamentali, e soprattutto, spero di avervi dato uno spunto di riflessione su un tema tanto delicato quanto importante quale è la salute mentale.
Alla prossima,
RoseMery
Ricerche correlate:
• https://www-ncbi-nlm-nih-gov.proxy.unimib.it/pubmed/19188537
• https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Basaglia
• “Psicofarmacologia essenziale”, Stahl S.M.