L’attesa del piacere è essa stessa il piacere.
Così diceva G.E.Lessing filosofo e drammaturgo tedesco.
Pur nella sua straordinaria capacità di immaginare il mondo di certo Lessing non avrebbe mai creduto di coniare, con circa 200 anni di anticipo, una frase che è lo slogan perfetto per la Polaroid, la famosa macchina fotografica con pellicola a sviluppo istantaneo.

le immagini sono di mia proprietà
Inutile dire che le Polaroid sono bruttine, costose, difficili da gestire e sbiadiscono col tempo ma io, ovviamente, le adoro.
Scattare una foto istantanea è un po’ come entrare in un mondo fatto di magia, non sai esattamente cosa uscirà prima degli interminabili 60 secondi in cui si comincia a vedere qualcosa.

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Ognuno vive quell’interminabile minuto come meglio crede. C’è chi cronometra, chi non resiste e continua a sbirciare, chi si mette a guardia dello scatto e lo difende da qualsiasi attacco, chi se lo dimentica lì.
La maggior parte di noi agita la foto come fosse un ventaglio, anche se ormai non serve più, perché sventolare una Polaroid è un rito, è una formula magica, una via di mezzo tra una danza sciamanica e un’eucaristia dalla quale ci aspettiamo la magia finale.

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Non a caso tutti accettiamo il risultato di quei 60 secondi che sia bella o no, che sia a fuoco o no, che sia sovra o sottoesposta, la foto che esce ci piace sempre e facciamo a gara a trovare questo o quel particolare che ci colpisce, un po’ come un’opera d’arte.

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Ecco perché, parafrasando Lessing, possiamo tranquillamente dire che “L’attesa della polaroid è essa stessa la Polaroid” !
P.s. Lo volete sapere un trucco che mi piace un sacco?
Se mentre la foto si sviluppa voi incidete la superficie con una punta i disegni restano impressi come se li aveste fotografati…

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