Più volte, negli ultimi mesi, sono comparse sui media notizie relative alla reintroduzione del lupo nel territorio italiano. Di questo presunto avvenimento hanno parlato anche programmi e giornali di una certa importanza, tra cui ricordiamo i servizi proposti dalla trasmissione “Le iene” e da “Striscia la Notizia” che, per quanto non siano certo accreditabili come fonti di informazione scientifica, risultano comunque seguiti da un grande numero di persone e, proprio per questo, sono in grado di formare l’opinione pubblica.
Sorprende, inoltre, come siano proprio organizzazioni che si mostrano sempre attente a tematiche di questo genere a diffondere informazioni assolutamente false e dannose.
Ebbene sì, perché quella della reintroduzione del lupo non è altro che una leggenda, che rischia di danneggiare non solo questa specie, già pesantemente vessata dall’uomo negli anni passati, ma l’intero ecosistema del nostro territorio.
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Ma andiamo con ordine. Bisogna intanto chiarire che nel nostro paese non è mai stato realizzato alcun progetto di reintroduzione del lupo e, per dirla tutta, nemmeno si è mai pensato di mettere in atto qualcosa del genere. Il lupo, piuttosto, ha sempre vissuto qui, e non è un caso che faccia parte delle storie dei nostri nonni e della nostra cultura.
Eppure le notizie a sostegno di questa falsa tesi si sprecano, e c’è chi addirittura arriva a sostenere che per ripopolare i territori alpini siano stati utilizzati esemplari di Lupo del Mackenzie, una sottospecie proveniente dall’Alaska caratteristica per le sue imponenti dimensioni. Affermazioni di questo genere sono totalmente prive di qualsiasi fondamento, anche perché politiche di questo tipo potrebbero non aiutare affatto la crescita delle popolazioni autoctone di lupo, ma metterla in serio pericolo.
Sono invece innumerevoli i dati che dimostrano come il lupo si stia espandendo in modo assolutamente naturale e indipendente dall’uomo, grazie al progressivo abbandono di questo delle aree rurali e montane che sta restituendo spazio alla natura.
Un po’ di storia
In Europa, il lupo (Canis lupus) ha subito negli ultimi secoli un forte declino, dovuto soprattutto alla persecuzione da parte dell’uomo, alla scomparsa degli habitat naturali e alla conseguente diminuzione del numero di prede disponibili. Negli anni ’70 è stata registrata una drastica riduzione delle popolazioni di lupo, che sono andate incontro a deriva genica (fenomeno del collo di bottiglia). Sono comunque sopravvissute alcune popolazioni in Italia sull’Appenino Centrale e Meridionale (circa 100 esemplari), in Croazia e in Slovenia sulle Alpi Dinariche (30-50 individui), e un gruppo più numeroso nell’Est Europa sui Carpazi (almeno 500 esemplari), rimaste tra loro quasi completamente geneticamente isolate.
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Successivamente, dai primi anni ’90 in poi si è potuto assistere ad una nuova e progressiva espansione di queste popolazioni, precedentemente isolate, che sono tornate a popolare anche le Alpi. Questa espansione potrebbe portare nuovamente all’incrocio di popolazioni fino a poco tempo fa divise da importanti barriere ambientali, con conseguente rimescolamento genetico. Il rimescolamento genetico, a sua volta, potrebbe da un lato causare la perdita di pool genetici co-adattati, con conseguente estinzione genetica di determinati caratteri; dall’altro si potrebbero invece creare nuovi arrangiamenti genici che, filtrati dalla selezione naturale, avrebbero la possibilità di migliorare la fitness di questa specie. Si deve infatti tenere conto che la condizione di isolamento alla quale sono state soggette le popolazioni, combinata con la diminuzione degli individui e soprattutto del pool genico disponibile, ha causato una progressiva perdita di variabilità genetica e quindi di polimorfismi. In termini più semplici, sono diminuite le differenze tra i singoli individui, e alcuni caratteri “rari” sono andati persi.
Situazione attuale
Negli ultimi anni sono state numerose le segnalazioni di avvistamenti di lupi in territori che erano stati abbandonati, in particolare nella zona alpina del Nord-Est. L’idea, allora, è stata quella di genotipizzare questi “nuovi” individui per capire quale fosse la loro reale provenienza. Inutile dire che nessun Lupo del Mackenzie è stato identificato.
Metodologie
Dal 1996 al 2011 sono stati campionati 152 lupi per quanto riguarda la popolazione dinarico-balcanica; in particolare, 143 esemplari sono stati identificati come provenienti da varie regioni delle Croazia, e 9 come provenienti dalla Bosnia ed Erzegovina. Questi ultimi sono stati fatti rientrare nella popolazione dinarica per comodità, supponendo una comune origine genetica. In Italia, tra il 1990 e il 2009, sono invece stati campionati 287 esemplari di lupo, dai quali: 7 provenienti dalle Alpi Occidentali, 110 dall’Appenino Settentrionale, 140 dall’Appenino Centrale e 25 dall’Appenino meridionale.
Tutti i campioni sono stati ottenuti da esemplari morti a causa di incidenti stradali, caccia autorizzata, bracconaggio, malattie o in seguito a cattura-liberazione di esemplari vivi per progetti di radiotelemetria.
I campioni sono stati quindi genotipizzati in base a determinate sequenze genetiche (alcuni loci altamente polimorfici e alcune sequenze mitocondriali).
La potenza di un’analisi di questo tipo è legata proprio all’isolamento che le diverse popolazioni hanno subito negli anni passati: questo isolamento ha causato una grande divergenza nelle sequenze legate a loci polimorfici, e queste differenze permettono di collocare senza margini di errore gli individui in una o nell’altra popolazione.
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Come atteso, le due popolazioni hanno mostrato enormi differenze genetiche che hanno permesso la chiara collocazione di tutti gli individui. In generale i lupi balcanici hanno mostrato una variabilità genetica più ampia di quelli italiani, probabilmente a causa del maggior accesso al continente europeo. Gli esemplari italiani, invece, mostrano una situazione più complicata, con un calo drammatico di polimorfismi.
Gli unici esemplari di difficile collocazione sono stati, come per altro ci si aspettava, quelli delle Alpi nord-orientali. Un’analisi più approfondita ha quindi messo in evidenza come questi individui siano un “mix genetico” tra i lupi italiani e quelli balcanici. Questo dimostra come si stia creando un nuovo flusso genico tra le due popolazioni prima separate, e come sia proprio l’incontro tra di esse a “spingere” l’espansione nel lupo in questi territori.
Conclusioni
I primi esemplari sulle Alpi sono ricomparsi nel 2006, dopo più di 150 anni di assenza. Sono documentati almeno due episodi in cui l’esemplare maschio è stato ucciso prima che potesse effettivamente dare inizio a una nuova serie riproduttiva con la conseguente creazione di un branco stabile. Solo nel 2012, un lupo di provenienza balcanica, chiamato Slavc, dopo un viaggio di più di 1000 chilometri, è riuscito a raggiungere il Veneto e qui ad incontrare un esemplare femmina di provenienza italiana. I due si sono riprodotti con successo l’anno seguente, dando così avvio alla serie di processi che col tempo potrebbero portare alla formazione di un nuovo branco stabile.
Considerato il modello di branco di Canis lupus è possibile che gli altri esemplari solitari campionati nel Nord Italia siano tutt’ora alla ricerca di un proprio territorio.
Il processo attualmente in atto è significativo per la zoologia, in quanto rappresenta un esperimento completamente naturale che può fornire informazioni su come il flusso genico e gli incroci tra popolazioni distanti possano influenzare le specie.
Seppur in questo caso si tratti esclusivamente di appartenenti alla specie Canis lupus, è infatti evidente come l’isolamento geografico a cui si è giunti, come conseguenza del collo di bottiglia e della sempre maggior presenza umana, abbia portato al consolidarsi nelle diverse popolazioni di lupo di caratteri anche molto diversi gli uni dagli altri. Un esempio significativo è quello delle marcate differenze di tipo anatomico oggi riscontrabili tra le popolazioni dell’Europa Settentrionale e quelle dell’Europa Meridionale: i lupi del Nord sono infatti di stazza molto superiore a quelli del Sud, con una percentuale di grasso più alta e con un pelo spesso molto più fitto. Questi caratteri rappresentano bene gli adattamenti necessari a vivere nei territori settentrionali, come per esempio il grande freddo. In particolare la maggior stazza è un elemento fondamentale per la caccia, in quanto la presenza di grossi ungulati richiede, per aver successo, una maggior forza, ma rende possibile sacrificare parte dell’agilità. Al contrario, i lupi dei territori meridionali, si trovano a cacciare prede ben differenti, come cinghiali o altri piccoli animali, ed è evidente come agilità e velocità diventino più importanti rispetto alla forza fisica.
È chiaro che questi particolari adattamenti siano un vantaggio per gli individui che risiedono nella zona rispetto alla quale quel carattere è adattato. Ma è chiaro anche che rappresenterebbero uno svantaggio nel momento in cui ci si dovesse trovare di fronte a improvvisi e importanti cambiamenti climatici e che, in ogni caso, impediscono e rallentano ulteriormente l’espansione della specie verso territori meno favorevoli, ponendo così un’ulteriore barriera al flusso genetico.
Questo è un chiaro elemento a sfavore di chi sostiene che in Italia sia in atto una politica di reintroduzione del lupo; l’inserimento in un territorio non consono di individui che per diverse ragioni stanno già attraversando un momento di difficoltà non gioverebbe in alcun modo. La natura, al contrario, sta trovando autonomamente la propria strada per sistemare quello che l’uomo ha distrutto.
La nascita di nuove popolazioni, con caratteri provenienti da diversi progenitori, potrebbe infine fornire indicazioni su quali siano e come agiscono i meccanismi che regolano il flusso di geni, e su come questo flusso si rifletta poi nella comparsa di nuovi caratteri fenotipici.
Immagine CC0 Creative Commons, si ringrazia @mrazura per il logo ITASTEM.
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Bibliografia
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