Qualche mese fa mi sono persa tra le case di Macondo.
Ho sbirciato tra le fronde selvagge che avvolgevano una grande casa bianca in un giardino ricco di rose, begonie e origano e al cui centro cresceva un maestoso castagno. Al tronco c’era un uomo legato, che parlava con gli uccelli, con se stesso e i suoi ricordi, ignorando il presente. Il presente era una donnina piccola ma energica, dagli occhi veggenti e sapienti, destinati a diventare ciechi.
Ho visto i loro figli giocare e diventar grandi, sparire per il mondo per poi tornare. Ho conosciuto le figlie e le nipoti, avviluppate nelle solitudini dell’amore e dei suoi tanti labirinti sconosciuti. Ho visto Remedios salire in cielo tra le lenzuola candide e svolazzanti. Ho visto i gemelli scambiarsi nella vita e nelle tombe.
Ho sentito gli Arcadi, gli Aureliani, le Amarante vivere le loro vite, lottare per i propri ideali, morire e sopperire agli eventi sempre cercando di non farsi soggiogare in un villaggio che è diventato paese, poi cittadina, poi di nuovo villaggio abbandonato dal vento della solitudine di una stirpe il cui “primo è legato a un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche”.
Una profezia che l’ultimo Aureliano Babilonia ha decifrato mentre un violento uragano distruggeva Macondo e se stesso.
[Cent’ anni di solitudine- Gabriel Garcia Marquez, trad. Enrico Cicogna.]
In qualche mese, ho vissuto per cent’anni e forse più, come la vecchia, rattrappita Ursula. Ho perso le ore delle mie giornate estive con la famiglia Buendìa, su una spiaggia dell’America del Sud così vicina all’altopiano dove il padre fondatore José Arcadio Buendìa decise di costruire la sua casa.
Ho letto e riletto Cent’anni di Solitudine di Gabriel Garcia Marquez e lo leggerei ancora ora che è finito.
Per ritrovare l’inizio di quella trama circolare di cui è alimentato il romanzo, la storia, la finzione e forse la realtà stessa delle cose.
Una delle frasi iniziali recita così.
L’incipit magico fa scoprire a un bambino cos’è il ghiaccio, lo stesso bambino che se ne ricorderà di fronte a un plotone di esecuzione poco prima di essere fucilato, ma a cui sopravvivrà.
Un eroe tragico, un colonnello disilluso che rappresenta la Storia, la Politica e la società di un paese che nasce.
Sconfitto dalla realtà in 32 battaglie, si ritirerà alla mitologica Macondo dove fabbricherà e disferà in un circolo senza fine pesciolini d’oro in una stanza dove il tempo sembra essersi fermato.
La stessa stanza dove decenni più tardi saranno decifrate le pergamene di Melquiades, lo zingaro deus ex machina della saga familiare lunga un secolo.
Con lui ha inizio la narrazione, è sua l’anima effimera ma sostanziale che abbraccia l’intera storia e le pagine che scorrono veloci o lente, a seconda del momento.
Melquiades tira i fili della famiglia ben prima che questa esista e prenda coscienza di sé.
Ne descrive le vicende e i personaggi e i giri su se stessi che la vita farà, a dimostrazione che “Tutti gli uomini vivono lo stesso tempo e – anzi – sono la stessa persona” come sosteneva Borges.
La storia della famiglia Buendìa, che il penultimo della stirpe, Aureliano, decifrerà nelle ultime pagine del romanzo, è stata scritta da Melquiades su pergamene dalla scrittura minuta in sanscrito.
Nel romanzo, l’autore compare quindi in diversi panni: in quelli dello zingaro ma anche in quelli di sé stesso, Gabriel Marquez, compagno d’armi e di vita del mitico colonnello Buendìa. Marquez personaggio è l’unico che condivide la memoria del colonnello Aureliano, l’unico che ricorda gli eventi tragici della rivoluzione e il massacro di 3000 abitanti di Macondo i cui cadaveri furono trasportati fino al mare da un treno composto da 200 vagoni.
Una storia rimossa, questa di questi desaparecidos macondiani che solo Marquez con il colonnello Buendia ricorda.
Marquez autore e Marquez personaggio, con Melquiades, rappresentano la memoria nascosta del romanzo.
La storia dei Buendìa è quella di una solitudine atavica e insita nel dna. Una soledad che è propria di un clan familiare, di una comunità, di un popolo.
La soledad mai descritta a fondo da Marquez, qualche volta nominata, ma soprattutto vissuta e comunicata dai pensieri, dalle azioni, dalle vicende dei personaggi del romanzo.
La solitudine dei Buendìa si mescola al realismo magico della tradizione narrativa, letteraria e popolare sudamericana, dove soprannaturale e magia spesso oscura e demoniaca, a volte angelica e celestiale, altre volte inspiegabilmente parte dei fenomeni naturali che avvolgono la vita dell’uomo, si mescolano alla realtà, alla verità, alla quotidianità.
È il realismo magico che fa da lente per vedere davvero la realtà. È la chiave che permette a Ursula di capire che il tempo gira in tondo, che chi era morto è rinato e vive nuovamente, che i figli assomigliano ai padri e ne percorrono il cammino, che il destino se scritto e decretato è ineluttabile
.
Ma nonostante tutto, la vita va avanti, la casa deve essere mantenuta in piedi contro la natura selvaggia, la famiglia nutrita e curata.
La vera protagonista del romanzo è lei, una donna che mantiene in piedi le file delle generazioni, crescendole e osservandole e curandole tutte, dalla prima all’ultima.
Ursula Iguaran, la nonna, bisnonna, trisnonna dei Buendìa che tutto sa, immagina, prevede, intuisce. È il filo conduttore che lega tra sé le generazioni, è lei che ha i piedi saldi nella realtà, è lei che lega il marito a un albero per impedirgli di fare pazzie, ma che con lui continua a essere amorevole e di conforto.
Il capostipite viene abbandonato al suo delirio futurista di inventore mancato, alla sua solitudine in un rincorrersi di ricordi e fantasie.
Ursula aspetta il figlio colonnello impegnato in una battaglia per la sua terra e per i diritti di tutti, che ha seminato per il mondo 17 figli che lei accoglie con fare materno tutti in casa sua.
Dalla sua casa bianca e aperta al mondo, semina i suoi discendenti sulla terra e attende che ritornino, con un fatalismo sapiente.
Diventa cieca, ma nessuno se ne accorge grazie alla sua forte coscienza e volontà di non farsi mai trovare impreparata ad affrontare la vita.
Ursula è una donna forte, la colonna portante che Gabriel Garcia Marquez ha inserito nella narrazione, la cui tenacia e ostinazione, concretezza e prontezza ad affrontare gli imprevisti, i dolori, i lutti e i dispiaceri che la vita le mette di fronte le permettono di superare i cent’anni di solitudine e di morire di vecchiaia a centoventidue anni.
La sua fibra vitale, la sua concretezza sono uniche.
Mancano a Macondo stesso, un luogo talmente effimero da sparire in una folata di vento in un giorno qualunque.
Un luogo dove la realtà è irreale, dove tutto è impalpabile, tranne la solitudine.
Qualche mese fa mi sono persa tra le strade di Macondo e oggi, ultimo giorno dell’anno, ne sono uscita.
Per chiudere il cerchio e iniziarne uno nuovo, tutto da scrivere, come su una pergamena ingiallita di Melquiades.
Buona fine e buon principio, perché è tutto un girare in tondo che poi spicca il volo.