Ci sono dischi che cambiano la storia del rock e Laughing Stock dei Talk Talk fa parte di questa categoria. Uscito nel 1991 per la Polygram, è un disco che segna l’apoteosi artistica, il testamento artistico per quella che fu una band coraggiosa e visionaria, ossia i Talk Talk. Prima però un excursus sulla band.
Nati artisticamente a Tottenham, un sobborgo di Londra, verso la fine degli anni settanta, i Talk Talk, capeggiati da Mark Hollis con il supporto di suo fratello Ed, conoscono già dall’inizio della formazione un discreto successo di pubblico e critica. Gli esordi sono incoraggianti e la band, nella quale prendono parte anche Paul Webb al basso e Lee Harris alla batteria, incidono nel 1982 The party’s over per la EMI, il cui singolo Today si piazza discretamente in classifica. Ma è con il secondo album che la band londinese conosce il grande successo planetario, ovvero con It’s my life, del 1984. Brani come It’s a shame e Dum Dum Girl sono ancora oggi un classico della musica pop anni ottanta. Successo di vendite incredibile, la musica dei Talk Talk riecheggiava ovunque attraverso la radio e i primi video musicali di MTV, che allora cominciava ad affacciarsi timidamente nelle nostre dimore, diventando punto di riferimento per una generazione intera. Due brani del disco, però, in particolare Tomorrow started e Renée, lasciano intravedere una forte vena malinconica, che si discosta non poco dalla ricerca facile di riff accattivanti, di cui bisogna tenere conto. Hollis e compagni però non dormono affatto sugli allori della fama raggiunta e danno alle stampe The colour of Spring, del 1986. Un disco che cerca di fare da contrappunto all’immagine di pop band dal riff di successo rispetto al precedente, per alcuni fattori: la stesura sonora si fa più sofisticata: approdano anche Steve Winwood all’organo e David Rhodes alla chitarra nella composizione. Life’s what you make it rimane il fiore all’occhiello di quella stagione foriera di cambiamenti e metamorfosi. Sulla distanza, questo disco appare già denso di appunti e acquerelli sul futuro. La voce, la malinconia, la sofferenza maturata e consapevole, in questo disco appaiono evidenti. Mark Hollis possiede una fresca inquietudine, una curiosità e una genialità come poche altre personalità musicali, che lo portano a voler sperimentare nuovi percorsi.
La strada per il cambiamento radicale è stata intrapresa. La metamorfosi è iniziata.
I Talk Talk sono dunque pronti per un nuovo approdo. Spirit of Eden,1988, è il disco che rappresenta la rottura con il passato, la primavera della band. Le sonorità cambiano totalmente, si dilatano, si concentrano, diventano singulti, carezze vaporose. Sono sonorità spirituali, emozionali, oniriche. Il disco non fu capito all’epoca dal pubblico, molti si aspettavano altri successi planetari come i precedenti, la band fu criticata, ma il coraggio di questa scelta cosi coraggiosa è stato premiato sulla lunga distanza, perché Spirit of Eden apre un varco in mezzo alla folla omogenea di dischi di quel periodo. Spariscono i synth, che tanto avevano caratterizzato i suoni di quel periodo e si arricchiscono di fiati, di pianoforte, in composizioni che spesso si avvicinano al jazz e alla musica di Canterbury. E’ il crocevia di una nuova epoca. Essere protesi in avanti, nell’avanguardia, necessita di coraggio, spesso le rotture col passato sono dolorose, spesso si rimane da soli. Il disco è un gioiello di pura delicatezza. I believe in you racchiude, con la voce dolente e ricca di Hollis, con la sua batteria e la sua chitarra riverberata, uno sguardo onirico sul futuro.
Laughing Stock, nel 1991, fu l’ultimo capitolo dei Talk Talk.
Il 1991 è un anno che segna un crocevia importante per la musica. La stagione precedente era ormai finita. La new wave, che tanto imperversava e che ci aveva regalato tantissimi capolavori, nel decennio precedente, aveva oramai portato a termine il suo compito. L’aria era cambiata. La scelta di Hollis e soci fu radicale, visionaria, per alcuni critici, la nascita del cosiddetto post-rock si deve a loro. Con tale definizione si contraddistingue quel tipo di musica piuttosto ampio che, seppure con una strumentazione rock classica, basso, batteria, chitarra elettrica, prende una deriva sonora piuttosto diluita, molto spesso strumentale, avanguardistica e di ricerca e che include il kraut-rock, l’ elettronica e il jazz.
I suoni diventano dilatati, amplificati, spesso riverberati.
La bellezza di questo disco appare come un paesaggio incontaminato, utopico, ideale.
Sono soltanto sei tracce, ma ognuna è talmente densa da farci apparire ogni pezzo come un intero capitolo.
Apre Myrrhmann, con echi di trombe che rimandano a Miles Davis. Un soffuso ritratto, sbiadito forse dalla polvere, un’eco distante e malinconico di violoncello ci accarezza come una luce autunnale.
Le correnti ascensionali jazzistiche ci portano molto in alto con Ascension Day, brano dalla densità e dal cantato a dir poco seminale. Le chitarre sono sferzate di violenta espressività, tanto da caratterizzare appunto il post rock. In più band questo cambiamento repentito di tempo, dal dilatato al concentrato, e viceversa, verrà più volte ripreso.
After the flood invece rimane impressa per l’uso dell’organo, accarezzato dalle chitarre distorte e dalla voce suadente di Mark Hollis. Una batteria fa da contrappunto lontano, ci appare un’immagine molto ovattata e intima, come un quadro di Hopper, sospesa, ma dalla passione pronta a manifestarsi, appena si volta l’angolo o si chiude una finestra.
Taphead rimarca la vena intimistica della voce di Hollis, quasi sussurrata, come se fosse stata registrata in una cameretta. Essenziale, pulita, quasi scarna, all’inizio, ma con un’apertura finale inquietante, con una tromba acida, con i fiati che aprono un varco affascinante e terribile verso l’infinito, dal quale è difficile sottrarsi.
New Grass é un raggio di sole, perché ancora non ci si è ripresi dal pezzo precedente, dove l’onirico si amalgama con la speranza e la consapevolezza di uno sguardo più diretto sulla realtà. New Grass è appunto come erba verde appena nata, fresca, nuova,sulla quale camminare a piedi nudi o distendersi. La batteria, sempre jazzistica come tempi, fa da contrappunto alla chitarra riverberata.
Runeii è il finale, la chiosa di questo album a dir poco incredibile, un passaggio di testimone da un’epoca all’altra. Un testamento spirituale e minimalista. Per ascoltare e capire questo disco bisogna mettersi con l’anima a nudo, ci vuole una certa predisposizione di sentimenti, uno spavaldo lasciarsi andare, non avere paura di toccare corde malinconiche e profonde come acque scure, per poi rinascerne più consapevoli, più arricchiti.
Mark Hollis era solito dire:”Before you play two notes learn how to play one note -and don't play one note unless you've got a reason to play it”.
L’essenziale è invisibile agli occhi, come diceva Antoine de Saint-Exupéry, ma con questo disco è sicuramente udibile e comprensibile dalla nostra anima.
Buon ascolto