Avevo provato ad andarci, ed avevo incontrato sulla strada dei disperati con dei vestiti macilenti, mi ero presentata per quella che ero, ed avevo detto che avevo trovato un pacco, gli avevo detto dove era e che lì avrebbero trovato anche un uomo biondo ma non era tedesco. Mi avevano puntato una pistola alla tempia e mi avevano detto che mi avrebbero seguita. Avevo pensato: «Bene adesso sono veramente nei guai, ma è colpa mia, dovevo immaginarlo che sembravo una collaborazionista fascista.» Li stavo portando con il cuore in gola a vedere il posto avendo paura che Sepani si sarebbe fatto uccidere per difendermi, glielo avevo detto che non ero fascista, che ci sarebbe stato un uomo che non capiva ma non era tedesco, ma quelli non mi ascoltarono. Presa dalla disperazione avevo provato di fare qualcosa per convincerli. Avevo detto al partigiano che aveva la sorella che lavorava nella mia stessa ditta: «Tua sorella si chiama Mirella, lo so lavoro con lei», si erano decisamente calmati, ma sapevo che mi tenevano d’occhio, avevano solo smesso di puntarmi la pistola alla tempia, non era ancora finita.
Fortunatamente eravamo arrivati alla caverna trovando Sepani tranquillo che anzi aveva aiutato a disseppellire il tesoro dalle foglie. Gli facemmo vedere lo stemma degli Stati Uniti e gli dicemmo che era tutto loro, che noi avevamo solo bisogno di vedere questa guerra finire. Avevamo visto troppo e anche loro erano giorni che mangiavano poco.
Dovevamo organizzare un piano, gli avevo detto che io lavoravo come operaia ed il mio compagno era troppo bianco ma non era tedesco però capiva la nostra lingua ed era molto leale, li avrebbe aiutati, quindi potevano usare lui per mettere bombe e entrare nei quartieri generali dicendogli che doveva solo dire Ja, cioè si, se i tedeschi gli dicevano qualcosa e piazzare la bomba dopo di che scappare.
Fortunatamente lo stratagemma aveva funzionato fino alla completa disfatta tedesca, un giorno di fine aprile eravamo liberi di nuovo. La guerra era finita di nuovo, e doveva esserlo per sempre.
Avevamo festeggiato e pian piano anche l’economia si stava riprendendo nonostante i conti che non tornavano e le immense devastazioni lasciate indietro dalla guerra.
Dopo l’impiego in fabbrica le cose per me dal punto di vista lavorativo erano cambiate per il meglio, mi ero dimostrata una lavoratrice tenace e preparata.
Ero finita a fare i conti, ero nella contabilità, lavoro che sebbene nessuno lo sospettasse odiavo con tutto il cuore, perché dovevo calcolare i danni della guerra ed io impazzivo a leggere i comunicati con i danni, mi preoccupavo per il futuro aziendale, e non sapevo come fare. Era una situazione talmente disperata che per leggere tutti i comunicati avevo iniziato a dormire in ditta ed avere dei disturbi del sonno, era una vita di inferno e iniziavano a mancarmi le avventure campestri, gli scontri e le battaglie. Più di tutto mi mancava la vita avventurosa, la libertà, la possibilità di capire cose nuove ed esplorare, mi sentivo veramente in prigione e stavo dimagrendo per lo stress. Nei miei poveri weekend anche Sepani mi diceva di smetterla, che non potevo continuare così perché non era da nella mia indole accettare quello che stava succedendo.
Erano tempi duri di lotte per la fame, ma io nel mio ufficio quasi non me ne accorgevo presa da tutte quelle scartoffie che odiavo e che non sapevo come mettere in ordine, ero distrutta dalla stanchezza ed ero frustrata.
Non ci sapevo fare con la gente, con i clienti, ero molto di più di quello che per impiego mi avevano dato; io ero uno spirito avventuroso e dopo poco tempo volevo solo e soltanto mandarli al diavolo. Alla prima occasione avrei seguito l'istinto ed un mare di libertà si stendeva ai miei piedi.
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