Scrivere è un bisogno fisico. Quando capto quel nodo all’altezza del petto, proprio lì, tra i polmoni, i pensieri che mi frullano nella testa vorticano e capisco che sono pronti per essere espressi. Quella necessità impellente di ordinarli e dare loro un senso o solo una realtà fissata su una pagina bianca si esprime come un richiamo fisico, concreto, tangibile dentro di me. Succede quando accadono cose da raccontare; quando ciò che vedo, ascolto e osservo si costruisce come una storia che non può essere lasciata andare, anche se la forma con cui nascerà è solo quella di una suggestione, di un indizio di narrazione che chi legge completerà.
Succede quando le parole si mettono in fila per le cinque cose belle, quando ascolto qualcuno che canticchia “Somethin’ stupid” tra la gente, poco intonato ma tanto innamorato, e il cuore sorride. Succede quando spalanchi le braccia per farti avvolgere dal vento su un motorino che attraversa le città eterna in un giorno qualsiasi d’estate. Quando i ricordi di momenti felici del passato riaffiorano senza chiedere permesso e ti fanno sorridere con un velo di malinconia coniugato al presente, immaginando “what if”.
Succede quando un tramonto accompagna la consapevolezza che il qui e ora va benissimo così com’è e spesso conta solo quello.
Succede quando le ingiustizie del mondo si riflettono in occhi spalancati sull’orrore e vorresti urlare di impotenza, di rabbia, di speranza che si affievolisce.
Succede quando provare a mettere in fila i fatti per capire e poter spiegare è forse l’unica arma contro il tracollo di ciò che siamo.
Succede quando l’esercizio dell’anima di osservare con attenzione e positività aiuta a lenire le ferite.
Succede oggi, ora in autobus, scrivendo queste righe su una nota dello smartphone.
Il sole è già caldo e la vita brulica di cose da fare. Qualcuna verrà dimenticata, rimandata, annullata. Altre come punti fermi sono lì. Aspettano.
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