Prologo
Nel capitolo precedente abbiamo sentito voci inquietanti raccontare di enormi imbarcazioni al largo del Regno. Persino i Rusdan si sono riuniti per parlare di questa potenziale minaccia. In questo capitolo, come se fossimo un'aquila, sorvoleremo su una di queste imbarcazioni per vedere più da vicino cosa succede a bordo.
Una leggera brezza arrivava da nord sollevando le grandi vele spiegate e permettendo all'imbarcazione di procedere di bolina. L'albero maestro era alto e maestoso. Era composto da ben cinque pennoni ed il più alto arrivava a quasi quindici metri di altezza.
L'enorme ponte brulicava di braccianti che mostravano gambe e braccia muscolose. Tutti vestivano casacche di lino ed un paio di pantaloncini corti ricavati dalla pelle piuttosto coriacea di un animale sconosciuto.
Le casacche non sfoggiavano alcun ornamento ma avevano delle colorazioni differenti che rappresentavano il grado gerarchico degli uomini. La maggior parte di loro si contraddistingueva per un colore grigio topo, soltanto alcuni si differenziavano con un verde smeraldo ed appena un paio di loro indossavano una casacca rosso porpora.
I loro lineamenti erano differenti dagli uomini del Regno. L'altezza media era più bassa rispetto gli abitanti della Grande Isola di almeno due spanne e la loro corporatura mediamente più tozza e muscolosa. Molti di loro portavano dei mustacchi che descrivevano piccoli archi nella parte finale del baffo ma nessuno di loro adornava il volto con la barba che, al contrario, tagliavano ogni mattina al sorgere del sole.
A poppa un uomo con le braccia scoperte sfoggiava un notevole repertorio di tatuaggi che si muovevano sinuosamente seguendo il tendersi dei muscoli con i quali manovrava un enorme timone.
Davanti a lui c'era una balconata che si affacciava verso il ponte inferiore ed al centro un uomo imponente, avvolto in una pelliccia di lupo marrone che scendeva dalle spalle fino al ginocchio, osservava il mare e gli uomini lavorare. Costui, a differenza dei mozzi, aveva una folta barba e vestiti lunghi. Il colore predominante era il rosso porpora che faceva contrasto con la pelliccia marrone scuro.
All'orizzonte si vedeva l'Isola. Da secoli i saggi della sua terra raccontavano dell'esistenza di quel posto. Si diceva anche che il suo stesso Popolo discendesse da alcuni abitanti di quell'isola che poi, nel corso del tempo, avevano perso l'arte della navigazione.
Ora, dopo diversi anni di ricerca, finalmente l'aveva trovata e da oltre quattro settimane ne osservava la morfologia da lontano. Le altissime montagne ad est cadevano a picco sul mare ed avevano le cime ricoperte di perenne neve che dava vita a torrenti e fiumi. La zona centrale era costituita da un torrido deserto apparentemente inabitato mentre la parte ovest era un tripudio di vegetazione rigogliosa ed abitazioni visibili anche dal mare.
Óraekja sapeva che la loro presenza non era passata inosservata.
Per tutto il tempo in cui aveva circumnavigato il periplo dell'isola, aveva scorto piccole imbarcazioni di pescatori o qualche uomo sulle scogliere intento ad osservarli. Di certo la loro presenza non era più un segreto ma poco gli importava. Non si aspettava di trovare un popolo particolarmente avanzato dato che non sapeva nemmeno navigare!
D'un tratto gli uomini che stavano lavorando sul ponte in basso rispetto a lui iniziarono ad intonare un grugnito collettivo con cadenza ritmica:
Uh Uh Uh Uh Uh
Da sotto coperta emerse un uomo con una corporatura decisamente imponente. I suoi lineamenti erano squadrati e le sopracciglia descrivevano diverse rughe sulla fronte arsa dal sole. Le sue braccia e le sue gambe erano scoperte e vestiva solo un paio di pantaloncini corti ed una casacca color panna; le mani erano unite da una catena che gli cingeva i polsi con due anelli di ferro alle estremità.
Lo sventurato, che procedeva con un ritegno ed una calma invidiabili, era seguito da due uomini che lo accompagnarono fino al centro della nave.
Una volta giunti davanti l'albero di maestra si girarono verso il capitano avvolto nella pelle di lupo.
Al capitano non sfuggì lo sguardo carico d'odio dell'uomo in catene ma non se ne curò e fece un cenno indecifrabile con la mano.
Uno dei due lanciò una corda ancorata ad uncino di metallo oltre il pennone di controvelaccio e dopo aver descritto una traiettoria semi ellittica tornò al mittente. Prese dunque l'uncino e dopo averlo infilato nelle maglie della catena, issarono lo sventurato tirando l'altro capo della corda finché, con le braccia al cielo, lo il disgraziato fu quasi prossimo a sollevarsi dal ponte. A quel punto si fermarono, gli strapparono la casacca e, ciascuno di essi, impugnando una frusta di nervi di bue iniziò a percuoterne la schiena.
Ad ogni frustata l'equipaggio batteva il piede sinistro sul ponte accompagnando il movimento con un verso gutturale.
L'uomo non proferì parola e non gemette nemmeno una volta. Era evidente che fosse avvezzo al dolore e temprato da ben altri patimenti. Nemmeno quando le fruste iniziarono a strappargli la pelle dalla schiena, nonostante il viso sofferente, nonostante la carne viva venisse martoriata ed il sangue schizzasse copiosamente non emise un gemito.
Dopo una cinquantina di colpi, lo sventurato, semplicemente svenne. I carnefici, invece di fermarsi, aumentarono il ritmo delle frustate e gli uomini battevano i piedi con maggior foga e ad un ritmo più serrato finché il comandante alzò entrambe le mani e i due aguzzini smisero le rispettive velenose carezze.
La folla si disperse lasciando l'uomo privo di sensi ad assecondare, con il dondolio del proprio corpo inerme, il rollio ed il beccheggio dell'imbarcazione. Il capitano lo osservò per qualche secondo. Era consapevole che l'uomo non accettava la sua autorità ma non poteva tollerare una sua insubordinazione e doveva dare un esempio chiaro alla ciurma. La dimostrazione del suo comando era ancora più importante soprattutto per il fatto che si trattava di suo figlio Flóki.
Il capitano sospirò e guardò in direzione dell'Isola: un piccolo Gozzo a remi trascinava delle reti da pesca a poppa. Sopra la piccola barca c'erano quattro persone in piedi e, dalla loro immobilità, si capiva che stavano cercando ci comprendere di più sulla sua Goletta.
Óraekja, avvolto nella pelle di lupo, si girò verso il timoniere e con la testa fece cenno di dirigere l'imbarcazione verso il largo.
I muscoli dell'uomo guizzarono e il timone virò a dritta; le vele si tesero ed il vento sospinse la Goletta verso il mare aperto con una accelerazione ammirabile per un vascello di quella stazza. Il pennone di bassa gabbia cigolò ma resse lo sforzo senza ulteriori lamenti assecondando il movimento dell'albero maestro.
Si, ormai la presenza dei Viddar non era più un segreto per gli abitanti della Grande Isola.
Il capitano rimase con le mani appoggiate alla balconata per qualche minuto e poi scese le scale verso il ponte inferiore. Passò a fianco Flóki che era ancora svenuto. Era orgoglioso del fatto che non si fosse lamentato come una femminuccia durante la punizione e proseguì verso coperta varcando la porta in legno.
Entrò in un ambiente ampio ma buio illuminato solo da una torcia ad olio. Andò verso il lato opposto della stanza e spostò una grande tenda di velluto color porpora che occludeva la vista di una enorme vetrata. La stanza era posta a poppa e dalla vetrata si poteva osservare la spuma che la Goletta produceva sull'acqua al suo passaggio.
Gli anziani del suo Popolo credevano che l'Isola fosse solo una leggenda e che non esistesse se non nei racconti tramandati di padre in figlio. Lui, nonostante le critiche in patria, l'aveva trovata ed ora era li a portata di mano! Si sedette su una sedia di legno ancorata al pavimento e si versò da bere da una brocca, anch'essa in legno, poggiata sul tavolo di fronte a lui.
Iniziò a sorseggiare il vino osservando la libreria alla sua destra. Diversi tomi sulla navigazione riempivano gli scaffali e decise di prenderne uno intitolato: "Le terre emerse secondo Nikùlas". Lo appoggiò sul tavolo ed iniziò a leggere ma i suoi occhi non riuscivano a mantenere la concentrazione spostandosi continuamente sulla carta nautica che giaceva sotto il libro.
Dopo qualche minuto poggiò il libro su una sedia. Era inquieto. Unì un paio di punti e tratteggiò alcuni segni sotto una scritta in cima alla carta che recitava: L'Isola.
Le rilevazioni da mare erano ormai concluse. Era tempo di scendere sull'Isola e Óraekja non vedeva l'ora di calpestare terra dopo così tanto tempo trascorso in mare.
L'aveva trovata ed ora voleva diventarne l'indiscusso sovrano!
NB: la copertina ed eventuali altre immagini presenti nel presente post o in quelli della medesima saga sono state realizzate con il Servizio Canva avvalendosi delle immagini gratuite in esso disponibili ad uso gratuito.
Per orientarti nella geografia di questo racconto, ti consiglio di andare nel primo capitolo de *La Guerra dei Ducati e poi tornare qui: La Guerra dei Ducati. 01: una bussola per il lettore.
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